Musica Mundi

Che cos’è questo rumore? Non vedo niente ma il rumore lo sento. È flebile ma incessante, a suo modo è melodioso. Non ho mai sentito nulla del genere. È come una musica, si alza e si abbassa, va come a ondate. Sento anche altri rumori, ma nessuno riesce a cancellare quest’altro, che rimane come un sottofondo. Mi sembra di avere la filodiffusione.

Esco. L’atmosfera sonora della città mi avvolge. I soliti strombazzamenti, i rumori dei motori, dei motorini e dei bus, ma sullo sfondo l’altro rumore, la mia musica non cessa.

Eh sì, è mia perché nessun altro la sente. Come è possibile? Francamente non so. All’inizio davo per scontato che tutti la sentissero, poi in un paio d’occasioni, a una mia domanda esplicita il mio interlocutore aveva risposto che no, lui non sentiva proprio niente e mi aveva guardato strano.

Dopo il terzo diniego ho smesso di chiedere e di parlarne, ma non di sentirla.

Oggi la sento più forte. Ha dei picchi e poi si affievolisce, raggiunge come la forza di un gemito e poi si abbassa. Questo andamento si ripete e la mia sensazione che corrisponda a un movimento si rafforza. Cerco di stare calma e cammino verso un parco, dove mi auguro possa trovare un po’ di pace. Ci arrivo velocemente, percorro un viale e poi mi siedo all’ombra di un acero e di un leccio. Sobbalzo: avverto dei suoni che non avevo mai sentito. Fischi sommessi, ululati gentili, gemiti soffocati e, sullo sfondo, sempre la mia filodiffusione privata.

Dalla panchina mi trasferisco sull’erba, esausta. Mi addormento e nel sonno i suoni e i rumori della filodiffusione acquistano un senso. Sono gli alberi che parlano tra loro. Raccolgono la testimonianza di ogni essere vegetale lì presente nel raggio di decine di metri. Sono tutti d’accordo: sta accadendo qualcosa. La natura ha preso la sua decisione e sta elaborando una risposta agli insensati e insensibili comportamenti dell’uomo. La natura è scesa in campo per difendere il principio vitale, costi quel che costi.

L’erba sarà l’avanguardia. Approfitterà di ogni fenditura per farsi largo, spaccare il cemento di cui le strade sono ricoperte, si impadronirà di tutti gli spazi utili, ricoprirà dapprima i viali ma poi uscirà dai parchi e invaderà le strade.

Mi sveglio pensando di avere sognato. Ma mi accorgo subito che non è così. I viali del parco ne sono già ricoperti e ciuffi d’erba imperiosi si stanno dirigendo sulle arterie asfaltate e crescono ogni minuto che passa sempre più rigogliosi. Nella mia strada verso casa le strade sono ormai fiumi d’erba, sempre più alta. Le automobili non hanno quasi più la visibilità sufficiente per circolare. Solo gli autobus ce la fanno ma subito capisco che è solo questione di tempo, anche loro diverranno a breve inutilizzabili.

A casa accendo la televisione e sento parlare dello strano fenomeno. Tavole rotonde con la presenza di biologi, agronomi, scienziati vari dibattono sul tema senza comprendere che l’epoca delle parole è finita, bisogna fare largo ai fatti. Le piante rampicanti nella notte hanno ricoperto palazzi e vetture, chiese e negozi; una savana d’erba alta ha fatto sparire ogni punto di riferimento e questo sta succedendo ovunque, su tutta la superficie della terra.

Il mattino dopo non so bene cosa fare. Tutti fuggono atterriti e un po’ spaventata lo sono anch’io, ma sono colta da una strana sonnolenza e cado addormentata.

Nel sogno vedo altri umani addormentati come me, alcuni li conosco, altri no. C’è una rappresentanza per ogni età e sesso e in qualche modo mi è chiaro che coloro che stanno dormendo sono coloro che, come me, sentivano la filodiffusione. Nel sogno facciamo conoscenza. Siamo pochi ma disposti a collaborare con il principio vitale. Quando diamo l’assenso alla collaborazione il rumore di fondo si trasforma in armonia, siamo immersi nella “musica mundi”, finalmente la sentiamo!

Siamo sereni. Non sappiamo bene come ma vogliamo lavorare per l’armonia. Il modo lo troveremo.

Nuccia Pessina

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

In cerca di uno schema

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Come a volte accade nella vita, oggi ci siamo fermati un attimo a chiederci chi siamo e ognuno di noi ha dato la propria visione del gruppo.

Pare che il mondo sia un po’ distratto e sembra quasi che nel gruppo ci si senta spinti a partecipare per una sorta di richiamo lontano, come un’eco nascosta dal brusio contemporaneo, con tentativi a volte goffi, a volte sorprendenti, per cercare profondità, per cercare se stessi, per incontrare gli altri.

Una collega ha fatto rifermento al tempo, alla calma necessaria per porre attenzione ai propri pensieri e ritengo che sia stato un punto più che azzeccato.

Non c’è mai tempo per parlare davvero e forse quando all’improvviso ti ritrovi in mezzo ad altre persone che al contrario sono lì a dedicare il proprio tempo ad ascoltare puoi rimanere anche un po’ sorpreso.

Le parole riacquistano un valore quando ci si azzarda ad esprimere le proprie verità, ma non è certo una passeggiata.

Qualcuno, con molta più esperienza di me, ha chiarito la sua visione e senza girarci troppo intorno ha sottolineato che il gruppo è a tutti gli effetti un luogo di lavoro, intendendo non un lavoro fisico o intellettuale ma un lavoro sulla persona.

Forse ci piacerebbe trovare una ricetta definitiva a tutto ciò, ma forse è proprio la mancanza di uno schema che ci permette di uscire da quelli che già ci portiamo appresso.

Riguardo al futuro sono state espresse visioni contrastanti: c’è chi non si fida molto e si sente un po’ esasperato dall’eccessivo individualismo e chi nel fiore della giovinezza, invece, è tutto sommato positivo perché comunque ha conosciuto più brave persone che altre.

C’è chi, raccontando il suo percorso da detenuto, ha parlato di come l’identità si costruisca ogni giorno con la forza di volontà. Mi ha molto colpito la sua determinazione nel voler cambiare e come con pazienza abbia provato e riprovato a migliorarsi fino a sentirsi una persona del tutto diversa.

Una storia in particolare poi mi ha proprio stupito; quella di una persona che stava attraversando un momento  di sofferenza  intensa e che si stava chiudendo in sè stessa ma che, gradualmente, ha trovato nel gruppo la sua salvezza e ora sta molto meglio nei suoi nuovi pantaloni.

Penso che ascoltare queste esperienze accenda una sana curiosità verso le altre persone e abbia un valore inestimabile che purtroppo è spesso ignorato.

Matteo Arcuri

Verbali

Senza fretta

Incontro  del 22/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Inevitabilmente la domanda arriva anche a me: io ce l’ho ancora fiducia nel mondo? Non riesco a rispondermi. E infatti, nel gruppo, taccio.

Questo inizio, partito da due giovani diciottenni sconosciute al gruppo, dà il via a qualcosa di molto spontaneo e, per me, molto bello: piano piano iniziano a parlare tutti.

Alessandro, un tirocinante nuovo, poi parte a mille. A mille, un po’ come va il mondo di oggi. Con le sue domande interpella soprattutto i membri che abitano il gruppo della Trasgressione da più tempo: chiede loro perché continuano a partecipare agli incontri, che cosa trovano lì, che cosa dà loro il gruppo.

Mi rimane impressa tantissimo la risposta di Beatrice. Dice che lì ha trovato un posto dove stare, dove ascoltare, dove anche solo esserci, anche quando non aveva i pantaloni belli. Quanto mi è piaciuta questa cosa. Forse proprio perché racconta qualcosa che in me risuona tantissimo: la possibilità di esserci senza dover necessariamente dimostrare qualcosa.

Io, intanto, ascolto tutti con piacere e trasporto. Continuo a tacere. Avrei voluto dire qualcosa, ma avevo talmente tante cose per la testa che non avrei nemmeno saputo da dove cominciare. Ho preferito sostare e, sulla scia della riflessione della volta scorsa, impegnarmi a “sentirmi”.

Prendo parola per ultima. E sono stata proprio felice di averlo fatto per ultima. Io, di solito, faccio fatica ad abitare il silenzio, anche il mio. Sono una che parla molto e, a volte, mi accorgo che lo faccio per la fretta di farlo, per la necessità di dire qualcosa. Quanto mi è piaciuto, invece, ascoltare senza avere in testa il pensiero: “Devo dire qualcosa di intelligente anch’io”. Stare lì, ascoltare. Alla fine prendo parola perché ho piacere di condividere almeno un pezzo di quello che mi stava frullando in testa.

Per tutto l’incontro mi era rimasto addosso il tema del tempo. Viviamo in un tempo in cui ognuno pensa ai fatti suoi. Un tempo individualista e velocissimo. Sbagli? Devi migliorare in fretta. Non sai cosa fare della tua vita? Ti conviene decidere in fretta, altrimenti perdi tempo e gli altri ti passano davanti. Hai appena finito un esame universitario? Sbrigati, perché ce n’è già un altro. E poi la tesi. E poi il resto.

Durante l’incontro una tirocinante della mia età racconta di star attraversando un periodo di crisi e un uomo che ha trascorso anni e anni in carcere le dice di avere pazienza, di prendersi del tempo per pensare, per riflettere. Questo scambio mi è piaciuto tantissimo. Proprio due uomini che hanno trascorso anni e anni della loro vita chiusi in carcere hanno parlato della necessità del tempo e della pazienza: un percorso di cambiamento, di comprensione di sé, di costruzione, ha bisogno di tempo, di lentezza. Non si può pretendere che accada tutto immediatamente.

E allora mi rimane aperta un’domanda: noi sappiamo ancora concederci tempo? Io, a ventitré anni, vedo tantissimi giovani vicino a me che corrono, cercando disperatamente di stare dietro a un mondo che corre ancora più in fretta. E forse, a forza di correre per non perdere tempo, rischiamo di non concedercene più per capire dove stiamo andando, cosa stiamo provando.

Ho chiuso il mio intervento dicendo che è soltanto la terza volta che mi siedo con questo gruppo, ma che a me sembra un luogo nel quale ci si prende del tempo. Del tempo per stare, per ascoltare l’altro, per prendere parola e, aggiungerei, anche per tacere.

Letizia Portellotto

Verbali

Guardarsi negli occhi

Incontro  del 15/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Una delle prime sollecitazioni del prof è stata apparentemente molto semplice: dopo il racconto di un vissuto personale di un collega tirocinante ha chiesto a tutti i presenti “Cosa hai provato?”, invitandoci a rispondere limitandoci semplicemente a ciò che avevamo sentito, senza interpretare.

Mi sono resa conto immediatamente di quanto questa richiesta fosse tutt’altro che semplice. Mi veniva spontaneo cercare una spiegazione, interpretare ciò che avevo ascoltato, ragionare. È stato difficile chiedermi “io cosa ho sentito?”. Mi sono accorta di quanto sia più facile, almeno per me, utilizzare il pensiero piuttosto che sentire l’emozione.

Questo esercizio mi ha fatto riflettere su quanto siamo poco, e quanto poco soprattutto io stessa sia, abituati ad ascoltare le nostre emozioni. Riuscire a riconoscere ciò che una persona, un racconto o una qualsiasi situazione suscitano dentro di noi. È qualcosa che vorrei provare a portare con me nei prossimi incontri: sentire l’emozione e poi eventualmente cercare di comprendere, razionalizzare, spiegare.

La seconda parte dell’incontro mi ha coinvolta in maniera emotivamente più intensa. La signora Marisa è intervenuta in relazione al suicidio di Denise. Marisa aveva già preso parola nella prima parte dell’incontro, facendo riferimento anche alla propria storia personale e alla perdita della figlia.

Lo scambio che si è creato tra lei e il dott. Aparo mi ha colpita profondamente. È stato uno di quei momenti che non sono terminati insieme all’incontro: ci ho pensato durante tutto il viaggio di ritorno e anche nei giorni successivi. Tra le molte cose dette da Marisa, una in particolare continua a risuonarmi. Mi ha colpito il fatto che proprio lei, che per la propria storia avrebbe forse tutte le ragioni per definire coloro che hanno commesso determinati reati come “bestie”, sia stata invece la persona che, nel confronto con il professore, ha insistito sul fatto che siano uomini e che possono capire, cambiare, sentire.

Mi è rimasta in mente soprattutto la frase: “Sono andata in carcere la prima volta per farmi guardare negli occhi e per guardare queste persone negli occhi.”

Forse è una delle cose più interessanti, per me, ma non so ancora spiegare fino in fondo perché. Ho cercato di darle un significato, ma tornerei proprio a ciò che scrivevo prima: cercare subito una spiegazione invece di riconoscere, prima di tutto, ciò che ha suscitato in me. Ad oggi so solo che quelle parole mi hanno colpita e che l’immagine del guardarsi e farsi guardare negli occhi mi è rimasta impressa. Non è necessario riuscire a spiegare il perché, continuerò ad ascoltare questa sensazione e a custodirla nei prossimi incontri.

Letizia Portellotto

Verbali

Fuga dall’Altrove

Anywhere out of the world – N’importe où hors du monde
Charles Baudelaire

INCREDIBILE FUGA DALL’ALTROVE: IN MIGLIAIA CHIEDONO DI RITORNARE

Allarme sulle tratte spaziali: mentre dalla Terra continuano le partenze, chi ha raggiunto la destinazione più desiderata dall’umanità ora guarda altrove.

TERRA, 24 MARZO 2185. Sembrava impossibile, eppure sta accadendo. Sono ormai migliaia le richieste di rientro dall’Altrove e il numero continua a crescere, tanto che le autorità sono state costrette ad aumentare le navette sulla tratta di ritorno verso la Terra.

L’Altrove, scoperto ormai trent’anni fa, a pochi mesi di navigazione dal nostro pianeta, era stato definito il luogo che l’umanità aveva sempre cercato: una destinazione in cui finalmente trovare quella serenità che, per secoli, gli esseri umani avevano cercato da qualche altra parte.

Milioni di persone avevano fatto domanda per partire. Alcuni erano stati selezionati per le prime missioni di trasferimento, altri avevano ottenuto un posto attraverso sorteggi organizzati dal Governo, altri ancora avevano pagato somme ingenti pur di partire. Le liste d’attesa erano diventate lunghissime. Ancora oggi, a più di trent’anni dalla scoperta, per le prenotazioni delle navette in partenza si contano migliaia di richieste.

Eppure, dall’altra parte, qualcosa sta succedendo.

I primi a chiedere di tornare sembravano casi isolati, poi sono diventati sempre più. La maggior parte di loro vive sull’Altrove ormai da anni. Gli scienziati inizialmente hanno ipotizzato difficoltà di adattamento, nostalgia della Terra o aspettative deluse. Le testimonianze, però, sembrano escludere tutte queste possibilità. «Sto bene qui, davvero. Per anni non ho desiderato altro», racconta uno degli abitanti in attesa del viaggio di ritorno. «Non c’è qualcosa che mi manca. Eppure da un po’ penso spesso alla Terra. Quando ero lì desideravo essere qui. Ora mi stupisce quasi fare il contrario.»

Non tutti, però, vogliono tornare sulla Terra. In molti hanno chiesto di partecipare alle prossime missioni esplorative verso zone dello spazio ancora sconosciute. «Non tornerei indietro», spiega una donna residente sull’Altrove da quasi tre anni. «A volte guardo il cielo e penso che, da qualche parte altrove, potrei finalmente trovare la mia pace» dichiara una donna prenotata per il viaggio di ritorno.

Il fenomeno rimane ad oggi senza una spiegazione chiara. Nel frattempo, sulla Terra, le richieste per raggiungere l’Altrove non diminuiscono, nonostante le notizie sui rientri, migliaia di persone continuano a desiderare di trasferirsi laggiù.

Le navette continueranno dunque a viaggiare in entrambe le direzioni: alcune porteranno verso l’Altrove chi lo desidera da anni, altre riporteranno sulla Terra chi finalmente lo aveva raggiunto. Altre ancora partiranno verso luoghi che non hanno ancora nemmeno un nome.

Forse è proprio questo il dato che gli scienziati non avevano considerato: una volta raggiunto, anche l’Altrove diventa qui.

                                                                                                                                                                 Letizia Portellotto

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Sbalzi Temporali

Continua a fare scalpore il caso di Ferdinand, il presunto scippatore di Via Varesina. Mentre le polemiche infiammano il campo politico, una parte del mondo scientifico che vuole credere alla sua versione non ha ancora trovato una spiegazione plausibile.

Stando alla sua stessa testimonianza, Ferdinand pedalava sulla bici in una zona di Milano nord quando improvvisamente, vedendo una ragazza assorta al telefono, decideva di avvicinarsi furtivamente per sfilarglielo e fuggire. Un gesto serrato e preciso che non ha sfiorato la vittima, la quale è stata immediatamente seminata dall’improvvisa accelerazione di Ferdinand.

L’autoproclamato malandrino racconta la scena sempre allo stesso modo: le urla rabbiose della malcapitata che tenta per giunta di inseguirlo e l’adrenalina che sale fino all’ormai celebre vampata di calore. Storia tristemente ordinaria verrebbe da dire, ma Ferdinand assicura di aver vissuto quel momento decine e decine di volte: afferma infatti che appena la vampata di calore lo raggiungeva si sarebbe ritrovato, ogni volta, indietro nel tempo di dieci minuti.

Come se non fosse già abbastanza strano, il possibile malfattore ha dichiarato che, nonostante la singolarità della situazione, lo sbalzo temporale non lo impensieriva minimamente e che, rivedendo la vittima di nuovo di fronte a lui, semplicemente non si faceva troppe domande; sentiva solo l’urgenza di lasciare corso al suo istinto predatorio. Perciò, di nuovo, si avvicinava furtivamente, sfilava il telefono dalle mani della passante e prendeva velocità con la bici senza voltarsi.  La vampata di calore lo riportava indietro nel tempo di quei dieci minuti, continuamente, intrappolandolo in una ripetizione infinita dello stesso film.

Ferdinando insiste, e racconta che dopo l’iniziale indifferenza aveva ormai imparato a memoria tutti gli insulti che la sua vittima gli tirava dietro, memorizzandone perfettamente i toni come se fosse stata una filastrocca. Descrive ancora quei momenti come una situazione tutto sommato rassicurante ma, forse da una linea temporale a noi sconosciuta, una certa inquietudine si faceva strada nella sua mente: gli sembrava di non riconoscersi più, di non poter più descrivere quello che lui era e in quel disagio crescente egli diventava ogni volta più consapevole di vivere in quella continua ripetizione una scelta che, in reeltà, era come pre-scritta.

Il giorno in cui il nostro forse delinquente è riuscito finalmente a liberarsi è passato in sordina, senza scalpore: Ferdinand ha visto un’ultima volta la passante col telefono di fronte a lui ma, anche se ancora un po’ confuso, ha deciso di fermare le bici, fare un bel respiro e cambiare strada.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza immortalano proprio questa silenziosa rinascita. Ferdinand si è ora riappropriato del suo tempo e, sebbene per il momento continui ad autodenunciarsi, nessuno sa come proseguirà il suo percorso.

Matteo Arcuri

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

La scuola di Berlino

Qualche mese fa, durante una lezione di etnomusicologia, il docente ci ha parlato di una bizzarra esperienza sul campo svolta da un gruppo di studiosi tedeschi all’inizio del ‘900.

Erano stati mandati dal Conservatorio di Berlino in un piccolo paese lontano di cui, in questo momento, mi sfugge il nome, ma che ricordo non essere poi così sconosciuto.

La località era molto popolata e anche piuttosto avanzata dal punto di vista tecnologico, ma la cultura (e in particolare la cultura musicale) era quanto di più distante ci fosse da quella dei sei musicisti selezionati per le ricerche.

Il professore ha sottolineato che, in effetti, la mentalità dell’epoca era ancora notevolmente chiusa: quando gli studiosi si recavano all’estero per raccogliere testimonianze di culture lontane, era soprattutto per confermare la superiorità di quella occidentale; anzi, spesso i veri studiosi rimanevano addirittura in Germania, e aspettavano che fossero dei musicisti minori a recarsi nelle varie località per recuperare i materiali di studio; è per questo motivo che i 6 ricercatori erano partiti prevenuti e poco motivati.

Secondo quanto riportato sul loro resoconto di viaggio, dopo essere stati accolti con imprevisto rispetto e interesse, i Berlinesi erano stati accompagnati al conservatorio del paese. Lì, era stata predisposta per loro un’aula con diversi strumenti locali, ed erano stati coinvolti i migliori musicisti della scuola per suonare una serie di brani agli ospiti occidentali (e ‘’con’’ gli ospiti occidentali); l’obiettivo era quello di permettere alle due culture musicali di conoscersi e, magari, di trarre ispirazione l’una dall’altra.

I Tedeschi, scettici, avevano accettato con sussiego, quasi infastiditi dall’inclinazione degli stranieri a considerarsi al loro stesso livello. Tuttavia, con sorpresa degli studiosi tedeschi, nella stanza c’erano fiati, tamburi, archi e persino un pianoforte, tutti esattamente uguali a quelli che loro avevano lasciato a Berlino.

I primi a suonare erano stati proprio i Berlinesi; durante l’esecuzione, i musicisti locali avevano dimostrato di provare particolare interesse nell’ascolto e sul modo che avevano gli ospiti di suonare quegli stessi strumenti.

Poi era arrivato il turno di un pianista locale, ed è stato allora che la situazione aveva preso una piega bizzarra: il musicista aveva suonato, immerso nella sua esecuzione; gli altri locali ne avevano goduto, coinvolti dalla bravura del pianista; i Tedeschi, però, non avevano sentito nulla, come se dallo strumento non fosse stato emesso alcun suono…

E così anche per i brani successivi: le dita del violinista avevano corso su e giù per le corde dello strumento, il pubblico ne era rimasto estasiato, ma alle orecchie dei Tedeschi non era arrivato il minimo suono.

I ricercatori avevano iniziato a commentare con fastidio l’esito dell’incontro, senza risparmiare qualche nota di sarcasmo contro gli organizzatori; questi ultimi avevano cercato di mitigare l’irritazione degli ospiti proponendo un secondo tentativo di scambio il giorno successivo.

I Berlinesi avevano la proposta, sempre, però, col sotterraneo desiderio di dimostrare la loro superiorità.

Nel secondo incontro, la situazione era rimasta invariata: tutti si erano nutriti della poetica esecuzione dei musicisti locali, salvo i Tedeschi che, particolarmente colmi di rabbia, non avevano sentito nulla. E così anche durante gli incontri successivi, per i quali i Berlinesi avevano continuato ad accettare gli inviti più per orgoglio e presunzione che per altro.

Giorno dopo giorno, tuttavia, gli studiosi tedeschi avevano iniziato a percepire che il desiderio che avevano i locali di coinvolgerli era autentico; erano sinceramente interessati ad accompagnarli nell’ascolto della loro musica, nonostante ciò richiedesse loro un enorme investimento di energie (erano settimane che, ogni giorno, si trovavano nello stesso auditorium per suonare).

Lentamente, lo stato d’animo degli Europei aveva iniziato a modificarsi; andava crescendo in loro la motivazione a raggiungere la musica e il linguaggio di quei musicisti che non erano poi tanto distanti da loro. Forse tutta quella irritazione iniziale era legata proprio all’impossibilità di godere di quei suoni che a tutti gli altri presenti erano sembrati celestiali…

In effetti, dopo qualche settimana, anche per i 6 studiosi i tasti del pianoforte avevano iniziato a diffondere note, e quel suono era stato il più ricco, emozionante, vitale che avessero mai sentito. Avevano iniziato a coglierne i colori, i respiri, gli incastri; avevano iniziato ad imparare come parlare quella lingua e avevano continuato ad allenarla, quasi fino a scordarsi quella che parlavano quando erano partiti da Berlino.

Tornati a casa, negli stessi anni e nello stesso paese in cui cominciavano ad attecchire i semi del Nazismo, i 6 musicisti decisero di fondare una loro scuola, in modo da condividere con gli studenti più giovani e acerbi (ma anche con quelli più maturi, nonostante la cosa richiedesse una maggiore fatica) l’esperienza e le conoscenze acquisite durante il loro lungo viaggio.

La loro iniziativa è diventata oggi la fiorente Berliner Schule für Ethnomusikologie e ora il resoconto di questo lungo viaggio rientra nel materiale che devo studiare per sostenere l’esame.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

LA SPADA, anno 3452

Anno 3452, il penitenziario “La Spada” è un blocco di pietra liscia e nera che emerge come un dente marcio dalla gengiva del mondo.

Nella mia cella liscia e asettica arriva il robot della sorveglianza: “detenuto KS497, si è rifiutato di mangiare, le viene applicata la riduzione di un’ora d’aria”. La voce metallica gracchia e se ne va. A “La Spada” tutto è metallico, asettico. Siamo in celle singole e si è puniti per ogni infrazione, dopotutto, nulla sfugge agli occhi elettronici dell’IA.

Mi trovo qui a scontare l’ergastolo perché sono un anarchico secondo loro, anche se io mi definisco un patriota; lo stato ci sta opprimendo, vessando e controllando sempre di più con l’IA e io, per far aprire gli occhi alle persone, ho piazzato una bomba in una banca, togliendo la vita a tre persone e distruggendo parte dell’edificio. Non volevo uccidere nessuno, ma solo far aprire gli occhi a chi di dovere. Però si sa, nelle lotte ci sono purtroppo vittime innocenti, “danni collaterali”: normale in guerra. Il processo è durato pochi minuti. Il robot Giudice ha subito comunicato la condanna a vita ed ora sono qua, ho ventitré anni e non uscirò mai da questa scatola di cemento.

Ore 15.00, sul muro della mia cella compare un display, la voce metallica dell’altoparlante gracchia: “KS497, inizio del programma obbligatorio di consapevolezza, il mancato svolgimento comporterà l’azzeramento delle ore d’aria e l’immediata riduzione del 50% del vitto giornaliero”.

Clicco sul display e apro la cartella “scheda vittime”, dentro ci sono i profili, la vita, le storie, le foto e i video delle persone che ho ucciso. Comincio a leggere la scheda di Sara, aveva trent’anni, si era laureata in veterinaria e stava per sposarsi. Apro un suo video, appare come una ragazza sorridente e allegra. Chiudo il video e piango. Non era lei il mio obiettivo ma lo Stato.
Non riesco a proseguire e subisco le punizioni previste. Passano tre mesi prima che mi decida a riprendere il programma, questa volta lascio i video per ultimi e ricomincio da un’altra persona e con un altro compito in mente.

Apro la scheda di Roberto, è un uomo di quarant’anni e si trovava in banca per chiedere un prestito. Inizio con i compiti scritti: scrivere almeno dieci pagine sulla vita di Roberto. Svolgo i compiti ogni giorno, sono così tanti che per finire anche solo quelli di Roberto impiego due anni. Mancano solo i video da guardare; con un nodo alla gola ne apro uno, Roberto ha in braccio il nipotino, ride, scherza e gioca con lui. “Il nonno chiederà un prestito per aiutare mamma e papà a comprare casa”, dice. Piango ma finisco di guardare il video. Quella notte mi alzo e termino la biografia di Roberto: Roberto era un nonno amorevole e un padre premuroso e io gli ho tolto il respiro.

Da quel giorno mi impegno ancora di più e nel giro di cinque anni finisco i compiti su Roberto e Sara. Il compito più arduo però è Giulia. Sara era incinta al momento dell’esplosione, lei e Andrea, il suo compagno, avevano già scelto il nome perché Giulia sarebbe nata entro pochi giorni. Impiego dieci anni per ricostruire tutta la vita che poteva essere di Giulia: Giulia anima bianca, ti ho rubato il futuro con il mio gesto scellerato e questo sarà la mia tomba per le lucciole.

Sono in carcere da diciotto anni: ho appena concluso e inviato l’ultimo compito su Giulia e la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, è aperta la possibilità di lavorare in biblioteca”.
Inizio a lavorare in biblioteca, le persone entrano una alla volta e parlano poco, ormai abbiamo perso l’abitudine e la voglia di parlare.

Dopo cinque anni, un giorno la voce metallica gracchia: “detenuto KS497, presentarsi alla sala colloqui”. Non so chi possa essere, non ho mai avuto visite. La porta si apre e vedo un uomo in carrozzina, affiancato da due guardie robot.

Francesco mi guarda prima in silenzio, poi mi chiede: “Sai chi sono?”, faccio cenno di no con la testa.

“Ero nella banca quando hai fatto esplodere la bomba. Volevo vederti, sapere da te perché lo hai fatto”, mi dice.
“Io… non volevo. Il nemico era lo Stato, l’I.A., il controllo. Era per far aprire gli occhi… Mi dispiace, mi dispiace tanto.”
“Ho capito, per te eravamo vittime collaterali, pedine sacrificabili. L’esplosione mi ha mutilato, ho perso tutto e ti ho odiato. Poi, senza giustificare nulla del tuo gesto, ti ho perdonato, perché l’odio verso di te mi avvelenava l’anima. E così ho ripreso a vivere, ora aiuto i bambini facendo l’insegnante di sostegno, mi sono sposato e ho avuto figli. Ho chiesto di venire qui perché volevo dirti di persona che ti perdono.”

Scoppio a piangere, Francesco va via. Torno nella mia cella. Quella notte scrivo e riscrivo i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia, vi chiedo perdono.

La vita nel penitenziario continua: mi alzo, vado al lavoro e, da quel giorno, tutte le sere prima di dormire ripeto i loro nomi come un mantra.

Sono in carcere da quarantacinque anni: il ragazzo che guardavo nello specchio ha lasciato spazio a un uomo che non conosco.
Quindici anni fa, dopo una laurea in legge, ho avuto il permesso di fare lo scrivano; ora scrivo le istanze per i detenuti e mi rapporto con la direzione cercando di ottenere piccole clemenze per loro conto. Tutte le sere recito il mantra.

Una mattina mi sveglio e sono chiamato in infermeria. Il medico robot è diretto: cancro alla testa del pancreas, avviata terapia del dolore, aspettativa di vita inferiore a sedici mesi.

L’unica cosa che chiedo è se posso continuare a lavorare. Giorno dopo giorno mi alzo e vado a lavorare sempre più stanco, sempre più affaticato, ma tutte le sere ripeto il mio mantra.

Dopo otto mesi, un giorno mentre sono al lavoro, ho un collasso. Mi risveglio nell’ospedale, dove una guardia robot parla con un medico robot; mi portano ad un piano dove non ci sono sbarre: è l’area dell’ospedale degli uomini liberi. Guardo dalla finestra e dico: “Francesco, Roberto, Sara, Giulia, chiedo il vostro perdono. Ho provato a fare del bene con il mio lavoro. Vengo da voi.” Chiudo gli occhi.

“Detenuto KS497 deceduto alle ore 18.05”.

Gli occhi bruciano, sento una voce metallica: “fine simulazione ergastolo per il soggetto KS497. Il soggetto è stato completamente riabilitato”.

Sono seduto su una poltrona e un dottore in camice bianco mi guarda.
“Ma cosa è successo, dove mi trovo?” dico.
“Lei è nel carcere e le è appena stato somministrato il programma di correzione” risponde il medico.
“Programma di correzione?”
“Sì, è una simulazione che il suo cervello ha vissuto realmente e che consente allo Stato di non sprecare la sua vita biologica”.
“Ma io sono stato in carcere 45 anni, ho incontrato Francesco, ho scritto su Roberto, Sara, Giulia, ero bibliotecario e scrivano per conto dei detenuti…”.
“Lei ha vissuto tutto questo a livello cerebrale, ma quei 45 anni non sono mai trascorsi realmente. Dal giorno dell’attentato e del suo arresto sono passati solo 3 giorni. Perché la prigione più forte è nella mente”.

E così vengo congedato, mi fanno uscire e mi vengono dati una casa e un lavoro. Sono reinserito nella società come uomo libero. Provo una sensazione strana: quei 45 anni li ho vissuti tutti e ricordo ogni cosa.

Ora lavoro in banca, in una sede della stessa filiale che volevo distruggere per scuotere il sistema. Di quel carcere, di quei 45 anni, solo io avrò ricordo e saprò che sono esistiti.

Ogni sera, prima di dormire, ripeto ancora i loro nomi: Francesco, Roberto, Sara, Giulia. Vi chiedo, perdonatemi.

Vincenzo Solli

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Noi e il signor Pi, ovvero dell’arte di riparare persone

“Tutte le mattine il signor Pi si sveglia seguendo lo stesso rituale.

In piedi alle sei, sempre alle sei. … si prepara il caffè ….

Il piattino è sbeccato in tre punti. Il signor Pi ha conservato i frammenti mancanti, ma non ha mai pensato di incollarli. Non ha mai creduto a quella sciocchezza del kintsugi…

Non ha nulla contro il diritto d’esistere, naturalmente, e men che meno contro le cicatrici, ma lo infastidisce l’esibizione della fragilità. L’incipriatura della ferita. L’estetizzazione del dolore. E sa che ci sono troppe circostanze in cui le fratture non sono ricomponibili, e i cocci restano cocci e basta”

[Matteo Bussola, Il sole nelle pozzanghere, 2026]

 

Quando c’è un compleanno, come oggi ricorre quello del Prof. Aparo detto Juri, si è soliti fare doni. E spesso si regalano oggetti. Quasi sempre accompagnati da parole, scritte su biglietti.

A pensarci bene, al Gruppo della Trasgressione – per quanto possa essere attendibile il mio ricordo di una frequentazione venticinquennale ma spesso discontinua – si sono sempre usate parole e/o scritte su biglietti. Di oggetti invece non si è discusso quasi mai, salvo giusto un mercoledì mattina di tre anni fa esatti esatti, quando il Direttore Silvio Di Gregorio ci regalò un gran pezzo di improvvisazione teatrale, accusando il sottoscritto Piemme lì con lui presente (nello stupore di tutti i partecipanti – soprattutto detenuti, accorsi in mia difesa – che ascoltavano increduli) di aver introdotto abusivamente dentro le mura del carcere di Opera un coltello a scatto, con il manico viola. Proprio quello che sarebbe in realtà poi servito a tagliare la torta per festeggiare, a sorpresa, il 72° compleanno del Fondatore del Gruppo.

Torta di compleanno con coltello – Carcere di Opera, 11.9.2023

Oppure, qualche mese prima, nel sottosuolo di San Vittore quando una moneta di cioccolato, a rappresentare il talento nascosto di ciascuno di noi, passò di mano in mano in quel meraviglioso cerchio di sedie tra i giovani adulti del Reparto la Chiamata. Cerchio che ancora oggi continua a far risuonare preziose fecondità, dentro la mia anima.

Eppure, nonostante siano passati 20 anni, io ricordo ancora oggi come un pugno allo stomaco Emilio (Caravatti) che si presentò una sera, in uno dei primi nostri workshop con gli scout, con un sacchetto nero della spazzatura in mano. Raccontò storie di familiari delle persone detenute che fanno la fila per portare qualcosa ai loro cari. E, uno dopo l’altro, tirò fuori da quel sacchetto proprio degli oggetti. Nominandoli, a uno a uno, e pronunciando poi sentenza per ciascuno di essi: “questo può entrare, in carcere! Questo non può entrare in carcere”. Una rappresentazione straordinaria, per quei giovani partecipanti alla quale era rivolta, di come fosse realmente la vita dentro quelle mura. Vita che scorre aggrappata non tanto a parole o a scritte su biglietti ma, appunto, ad oggetti. Vitali o mortali, a seconda dei punti di vista. “Un accappatoio: può entrare! Una cintura per accappatoio: non può entrare”. Il carcere, come la vita, a volte separa senza un chiaro motivo. Oppure il motivo sembra esistere (non si può mai sapere cosa può succedere con quella cintura, sia essa pure in tessuto soffice di spugna) ma non riusciamo o vogliamo vederlo.

Emilio accoglie un partecipante scout chiedendogli di estrarre dalle tasche tutti i suoi oggetti personali – Milano, 9.5.2005.

Come già avevo fatto giorni fa per Marisa, mentre seduta su una panchina attendeva in trepidazione il ritorno di Piero dalla sala operatoria del Gran Hotel Niguarda, ho regalato anche al festeggiato di oggi l’ultimo libro di Matteo Bussola, libro che ho accarezzato con cura più volte questa estate mentre lo leggevo e che parla proprio di quanto la nostra vita, anche se ha la fortuna di scorrere fuori da un carcere, si scontri spesso con le difficoltà di fare i conti con quello che alcuni oggetti hanno, nel tempo, rappresentato per noi.

E come accade per la salute, spesso ci accorgiamo di quegli oggetti solo quando si rompono. O, ancora peggio, quando qualcuno – con un comportamento disatteso – ce li rovina. Tanto o poco non importa: è il fatto che non-siano-più-come-prima quello che ci dà fastidio, fino a logorarci. Noi per primi, peggio di loro. Perché possiamo anche sbarazzarci di alcuni oggetti, con violenza dentro un cassonetto sulla nostra strada di ritorno verso casa come è capitato alla bambola che apre il romanzo. Ma di quel conto, sospeso con noi stessi, l’operazione psicologica di rimozione radicale è di gran lunga più difficile, come ben potrebbe raccontarci anche lo psicoterapeuta che abita in Juri (ed anzi, i miei 5 cent per il prossimo convegno sul transfert: quanto noi riportiamo nel presente sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato attribuendoli, spesso inconsapevolmente, non solo su altre persone ma anche su alcuni oggetti che abitano i nostri stessi spazi vitali?).

Il signor Pi, protagonista del racconto di Bussola, ha però questa capacità, preliminare al tutto. Lui, quei pezzi di noi (e di chi ci vive accanto) che necessariamente vanno ad attaccarsi – quasi come impercettibili particelle corpuscolari – negli oggetti che maneggiamo, riesce a vederli. O, meglio ancora, a sentirli. Con il solo gesto di accoglierli tra le sue mani, sopra le sue ginocchia anch’esse così lacerate da una vita passata.

Quasi fosse un novello Sherlock Holmes, è in grado rappresentare visivamente a noi stessi tutte quelle “contaminazioni” (usando qui un termine tecnico, caro alle scienze forensi che io frequento nel mio lavoro) presenti sugli oggetti dei quali noi invece, distogliendo lo sguardo, vogliamo sbarazzarci. Siano esse impronte papillari, polveri sottili o da sparo, frammenti di DNA o di varia altra umanità: “You see but don’t observe” (“vedi ma non osservi”), ci direbbe anche lui oggi.

Visto che passano gli anni ma il mio “desiderio di pezzi Lego e di un piccolo jukebox portatile” non è ancora stato esaudito, un giorno mi piacerebbe invitarlo, il signor Pi, ad un incontro del Gruppo della Trasgressione, in carcere o nella nuova sede presso gli amici di Libera. Poco importa se lui, a differenza nostra, reputa la questione del kintsugi una sciocchezza (ma forse Bussola, all’inizio del romando, vuole solo depistare i lettori). Credo che trascorreremo anni interi in sua compagnia, ciascuno con il proprio oggetto “difficile” tra le mani. A partire dai miei, che sono ormai tre mesi che ho difficoltà a rinchiudere in scatoloni da riporre in cantina, e ormai il tempo che mi è rimasto è terminato, proprio oggi. E credo che anche il signor Pi, alla fine, potrebbe trarre buoni frutti dal nostro stare insieme.

Ma prima vorrei io accompagnarlo, in un silenzioso sabato mattina invernale, nel sottosuolo del Tribunale di Milano, dentro l’Ufficio corpi di reato che custodisce centinaia di migliaia di oggetti. Chissà quante altre storie sarebbe in grado di raccontarmi. Chissà a quanti altri dolori potrebbe aiutarmi a restituire un nome, e per esso un senso. Al di là di quanto finora ho potuto leggere dai rispettivi verbali di sequestro.

Nell’attesa che accada tutto questo (o che – in mancanza dell’originale – oggi, al compimento del suo 75° compleanno, il Prof. Aparo si trasformi nel signor Pi) tanti auguri al nostro festeggiato!  E un sentito grazie da parte mia, caro amico Juri, per tutte quelle persone che hai cercato di riparare in tutti questi anni e per tutto quello che ancora fai per noi. Nonostante alcuni tuoi possibili margini di miglioramento, che anche tu non osservi.

Non sarà il canto delle Sirene

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto: se non ci credete, chiedetelo ad un uomo over 50 costretto in catene ad ascoltare l’italica musica rap/trap dell’ultimo decennio.

C’è stato un tempo nel quale, dal tavolo della cucina, evocavo davanti a mia moglie la sfida canora tra le Muse e le Sirene, una tra le più affascinanti contrapposizioni simboliche della mitologia greca (anche se a rendercela visibile non è stato Nolan ma un geografo del II secolo d.c.).

Sarcofago romano in marmo con la contesa tra le Muse e le Sirene [The Metropolitan Museum of Art, New York]

Alla presenza delle più importanti divinità dell’Olimpo chiamate a giudicare, le Sirene sfoderarono la loro magnifica voce in qualcosa che pareva un canto ma era altro. Voce capace di «incantare» – dietro una promessa di conoscenza e verità – «tutti gli uomini che passano loro vicino»: il verbo greco θέλγω utilizzato da Omero [Odissea, libro XII, 40] descrive proprio l’atto magico dello “stregare”, privando l’ascoltatore delle sue facoltà mentali e del controllo del proprio corpo.

Le Muse invece, protettrici delle Arti, risposero eseguendo odi – canti di armonia e sapienza cosmica – in questo fedeli alla tradizione di Esiodo per le quali esse dicono «le cose che sono, che saranno e che furono» [Teogonia, 38]. Il termine ἀοιδή è infatti la parola chiave che definisce l’essenza stessa della poesia e del canto nel mondo omerico: Arte intesa come istituzione divina, donata agli uomini e capace di restituire ordine al caos.

Per questo chi ascolta il canto delle Muse «portando un dolore nell’animo recente di lutto…dimentica le angosce né le pene rammenta» [Teogonia, 98-103]: esso è tanto terapeutico quanto capace di tramandare memoria vitale per costruire la nostra identità più vera. Mentre il canto delle Sirene è sterile: chi lo ascolta non torna più a casa e non tramanda nulla, perché perde la memoria di ogni cosa e muore.

La filiazione diretta tra il gruppo dei due contendenti ha reso questo primordiale conflitto una vera e propria ribellione generazionale: le Sirene, infatti, ereditano il talento canoro direttamente dalla stirpe materna delle Muse ma corrompono questo dono divino tramutandolo in uno strumento funesto, legittimando così la dura restaurazione dell’ordine da parte delle dee madri. Per questo le Muse «vinsero, strapparono le penne delle ali alle Sirene e, come si dice, se ne fecero delle corone» [Pausania, Viaggio in Grecia, libro IX, XXXIV, 3].

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto generazionale: se non ci credete, chiedetelo ad un padre nato – come me – negli anni Settanta e con figli venuti al mondo nella generazione Z. Avevamo ascoltato insieme, nei primi 8 anni della loro vita, la voce tranquillizzante di Mary Poppins, poi all’improvviso «la pillola» e «lo zucchero» hanno assunto significati diversi nelle canzoni che prepotentemente, senza chiederci il permesso, hanno infestato le loro camerette. Universi musicali che mi/ci sono estranei, eppure così vitali per loro.

Pur non disprezzando inizialmente quel mitologico giudizio degli dei, al tavolo della nostra cucina da qualche anno è scoccato il tempo di cambiare strategia genitoriale. La distanza è diventata non solo estetica ma profondamente esistenziale: i figli ascoltano brani che inquietano, che sembrano parlare di mondi e valori lontani dai nostri, dove Odisseo ha assunto le sembianze di un giovane di periferia che deve navigare in un «mare» di guai giudiziari, tradimenti, dissing e pericoli di strada per raggiungere il porto sicuro del successo economico e delle ragazze facili. E «le sirene» sono quelle delle volanti della polizia, pericolo costante che interrompe le attività illecite nei quartieri di Milano.

Al posto della dea Hera, chiamo ora a dirimere la contesa uno dei miei miti musicali: «Non sarà il canto delle sirene / che ci innamorerà / l’abbiamo sentito bene / l’abbiamo sentito già». Fin dall’inizio Francesco De Gregori stabilisce una distanza di sicurezza dal magico incanto. E la mantiene, ferma, fino alla fine della sua ode: «Ma sarà il coro delle nostre donne / da una spiaggia di sassi / sarà la voce delle nostre donne / a guidare i nostri passi». Questo gruppo di persone, rimaste sulla riva, ereditano la funzione civile, etica e costruttiva che nel mito arcaico apparteneva alle Muse. Rappresentano l’intero villaggio che contribuisce alla crescita e alla educazione dei nostri figli: un’armonia collettiva che fa ritrovare la strada di casa, ristabilendo l’ordine affettivo e permettendo di superare la crisi dell’adolescenza «quando la bussola si incanta / quando si pianta il motore».

E mentre nel mito antico la punizione delle Sirene serviva a preservare la memoria storica custodita dalle Muse, De Gregori invece imposta l’intera struttura narrativa de “Il canto delle Sirene” [dall’album Terra di nessuno, 1987] proprio sul recupero della memoria generazionale: «Mio padre era un marinaio… / mio figlio non lo conosce… / ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio / mio figlio lo sarà».

La rotta da seguire sembra allora non quella del giudice ferale che recide per eliminare ma del fedele compagno di viaggio, disposto a interrogarsi e a lasciarsi sorprendere. Ho così faticosamente iniziato a concepire la musica che i miei figli amano non più come una minaccia seria ma come una nuova lingua da imparare, un invito a decifrare il loro mondo non mancando però di mitigare quell’effetto “magico” mantenendo vivo e costante un confronto critico sul significato di quei testi e sulla verità possibile anche di altre (e più alte) parole, che riemergono dal mare del mio passato per il tramite dei miei riferimenti musicali. Una possibilità di esercitare un’empatia concreta, di trasformare la distanza generazionale in uno spazio di dialogo aperto sui nodi dell’adolescenza inquieta e di condivisione di memorie e narrazioni differenti. Perché, in fondo, essere padri significa anche imparare a essere figli, ogni giorno, della meraviglia e del cambiamento.

Francesco Cajani

[contributo pubblicato oggi, con il titolo «Voci sterili o canti di memoria? La musica divide le generazioni», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “La lingua della guerra“]

 

GENITORI E FIGLI – Alla ricerca del padre