“Tutte le mattine il signor Pi si sveglia seguendo lo stesso rituale.
In piedi alle sei, sempre alle sei. … si prepara il caffè ….
Il piattino è sbeccato in tre punti. Il signor Pi ha conservato i frammenti mancanti, ma non ha mai pensato di incollarli. Non ha mai creduto a quella sciocchezza del kintsugi…
Non ha nulla contro il diritto d’esistere, naturalmente, e men che meno contro le cicatrici, ma lo infastidisce l’esibizione della fragilità. L’incipriatura della ferita. L’estetizzazione del dolore. E sa che ci sono troppe circostanze in cui le fratture non sono ricomponibili, e i cocci restano cocci e basta”
[Matteo Bussola, Il sole nelle pozzanghere, 2026]
Quando c’è un compleanno, come oggi ricorre quello del Prof. Aparo detto Juri, si è soliti fare doni. E spesso si regalano oggetti. Quasi sempre accompagnati da parole, scritte su biglietti.
A pensarci bene, al Gruppo della Trasgressione – per quanto possa essere attendibile il mio ricordo di una frequentazione venticinquennale ma spesso discontinua – si sono sempre usate parole e/o scritte su biglietti. Di oggetti invece non si è discusso quasi mai, salvo giusto un mercoledì mattina di tre anni fa esatti esatti, quando il Direttore Silvio Di Gregorio ci regalò un gran pezzo di improvvisazione teatrale, accusando il sottoscritto Piemme lì con lui presente (nello stupore di tutti i partecipanti – soprattutto detenuti, accorsi in mia difesa – che ascoltavano increduli) di aver introdotto abusivamente dentro le mura del carcere di Opera un coltello a scatto, con il manico viola. Proprio quello che sarebbe in realtà poi servito a tagliare la torta per festeggiare, a sorpresa, il 72° compleanno del Fondatore del Gruppo.

Oppure, qualche mese prima, nel sottosuolo di San Vittore quando una moneta di cioccolato, a rappresentare il talento nascosto di ciascuno di noi, passò di mano in mano in quel meraviglioso cerchio di sedie tra i giovani adulti del Reparto la Chiamata. Cerchio che ancora oggi continua a far risuonare preziose fecondità, dentro la mia anima.
Eppure, nonostante siano passati 20 anni, io ricordo ancora oggi come un pugno allo stomaco Emilio (Caravatti) che si presentò una sera, in uno dei primi nostri workshop con gli scout, con un sacchetto nero della spazzatura in mano. Raccontò storie di familiari delle persone detenute che fanno la fila per portare qualcosa ai loro cari. E, uno dopo l’altro, tirò fuori da quel sacchetto proprio degli oggetti. Nominandoli, a uno a uno, e pronunciando poi sentenza per ciascuno di essi: “questo può entrare, in carcere! Questo non può entrare in carcere”. Una rappresentazione straordinaria, per quei giovani partecipanti alla quale era rivolta, di come fosse realmente la vita dentro quelle mura. Vita che scorre aggrappata non tanto a parole o a scritte su biglietti ma, appunto, ad oggetti. Vitali o mortali, a seconda dei punti di vista. “Un accappatoio: può entrare! Una cintura per accappatoio: non può entrare”. Il carcere, come la vita, a volte separa senza un chiaro motivo. Oppure il motivo sembra esistere (non si può mai sapere cosa può succedere con quella cintura, sia essa pure in tessuto soffice di spugna) ma non riusciamo o vogliamo vederlo.

Come già avevo fatto giorni fa per Marisa, mentre seduta su una panchina attendeva in trepidazione il ritorno di Piero dalla sala operatoria del Gran Hotel Niguarda, ho regalato anche al festeggiato di oggi l’ultimo libro di Matteo Bussola, libro che ho accarezzato con cura più volte questa estate mentre lo leggevo e che parla proprio di quanto la nostra vita, anche se ha la fortuna di scorrere fuori da un carcere, si scontri spesso con le difficoltà di fare i conti con quello che alcuni oggetti hanno, nel tempo, rappresentato per noi.
E come accade per la salute, spesso ci accorgiamo di quegli oggetti solo quando si rompono. O, ancora peggio, quando qualcuno – con un comportamento disatteso – ce li rovina. Tanto o poco non importa: è il fatto che non-siano-più-come-prima quello che ci dà fastidio, fino a logorarci. Noi per primi, peggio di loro. Perché possiamo anche sbarazzarci di alcuni oggetti, con violenza dentro un cassonetto sulla nostra strada di ritorno verso casa come è capitato alla bambola che apre il romanzo. Ma di quel conto, sospeso con noi stessi, l’operazione psicologica di rimozione radicale è di gran lunga più difficile, come ben potrebbe raccontarci anche lo psicoterapeuta che abita in Juri (ed anzi, i miei 5 cent per il prossimo convegno sul transfert: quanto noi riportiamo nel presente sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato attribuendoli, spesso inconsapevolmente, non solo su altre persone ma anche su alcuni oggetti che abitano i nostri stessi spazi vitali?).
Il signor Pi, protagonista del racconto di Bussola, ha però questa capacità, preliminare al tutto. Lui, quei pezzi di noi (e di chi ci vive accanto) che necessariamente vanno ad attaccarsi – quasi come impercettibili particelle corpuscolari – negli oggetti che maneggiamo, riesce a vederli. O, meglio ancora, a sentirli. Con il solo gesto di accoglierli tra le sue mani, sopra le sue ginocchia anch’esse così lacerate da una vita passata.
Quasi fosse un novello Sherlock Holmes, è in grado rappresentare visivamente a noi stessi tutte quelle “contaminazioni” (usando qui un termine tecnico, caro alle scienze forensi che io frequento nel mio lavoro) presenti sugli oggetti dei quali noi invece, distogliendo lo sguardo, vogliamo sbarazzarci. Siano esse impronte papillari, polveri sottili o da sparo, frammenti di DNA o di varia altra umanità: “You see but don’t observe” (“vedi ma non osservi”), ci direbbe anche lui oggi.
Visto che passano gli anni ma il mio “desiderio di pezzi Lego e di un piccolo jukebox portatile” non è ancora stato esaudito, un giorno mi piacerebbe invitarlo, il signor Pi, ad un incontro del Gruppo della Trasgressione, in carcere o nella nuova sede presso gli amici di Libera. Poco importa se lui, a differenza nostra, reputa la questione del kintsugi una sciocchezza (ma forse Bussola, all’inizio del romando, vuole solo depistare i lettori). Credo che trascorreremo anni interi in sua compagnia, ciascuno con il proprio oggetto “difficile” tra le mani. A partire dai miei, che sono ormai tre mesi che ho difficoltà a rinchiudere in scatoloni da riporre in cantina, e ormai il tempo che mi è rimasto è terminato, proprio oggi. E credo che anche il signor Pi, alla fine, potrebbe trarre buoni frutti dal nostro stare insieme.
Ma prima vorrei io accompagnarlo, in un silenzioso sabato mattina invernale, nel sottosuolo del Tribunale di Milano, dentro l’Ufficio corpi di reato che custodisce centinaia di migliaia di oggetti. Chissà quante altre storie sarebbe in grado di raccontarmi. Chissà a quanti altri dolori potrebbe aiutarmi a restituire un nome, e per esso un senso. Al di là di quanto finora ho potuto leggere dai rispettivi verbali di sequestro.
Nell’attesa che accada tutto questo (o che – in mancanza dell’originale – oggi, al compimento del suo 75° compleanno, il Prof. Aparo si trasformi nel signor Pi) tanti auguri al nostro festeggiato! E un sentito grazie da parte mia, caro amico Juri, per tutte quelle persone che hai cercato di riparare in tutti questi anni e per tutto quello che ancora fai per noi. Nonostante alcuni tuoi possibili margini di miglioramento, che anche tu non osservi.

