Ancora in piedi [I’m still standing]

Dice bene quel grande genio di William Kentrigde:  “il suono cambia quello che vediamo e quello che vediamo ha un effetto su quello che sentiamo”.

Uno stesso suono può dunque essere diversamente veicolato nella nostra mente a seconda delle immagini alle quali esso viene abbinato. E così può accadere che, per i casi della vita, una canzone che mi aveva sempre parlato – per tanti anni fino a quel preciso momento – di un amore disperato tra un uomo e una donna possa assumere, meravigliosamente quanto imprevedibilmente, il significato diverso di un legame tra un padre ed un figlio.

https://www.youtube.com/watch?v=pHZneOidj9A

Don’t you know I’m still standing better than I ever did /non lo sai che sono ancora in piedi meglio di quanto non lo sia mai stato ?

Looking like a true survivor, feeling like a little kid / sembrando un vero sopravvissuto, sentendomi come un bambino piccolo

I’m still standing after all this time / sono ancora in piedi dopo tutto questo tempo

“Papà, ma se era così tanto forte non poteva scappare prima dalla prigione?”

“Non credo, lo ha potuto fare solo grazie al potere della musica”, ho abbozzato io come risposta alla curiosità di mio figlio.

Devo ammettere che prima di scoprire il Kentrigde regista teatrale mi aveva colpito il Kentrigde disegnatore “in bianco e nero”, e più ancora quanto l’artista sudafricano è solito raccontare nelle interviste in merito a quella scatola che vide sulla scrivania di suo padre quando aveva l’età di 6 anni. Credendo contenesse cioccolatini, la aprì e vi trovò invece “immagini di una donna con la schiena spazzata via dai colpi d’arma da fuoco, di qualcun altro di cui la metà del viso era visibile”. Questo perché il padre, Avvocato di Johannesburg, un anno prima aveva assunto la difesa delle famiglie delle vittime del massacro di Sharpeville (21 marzo 1960 – la polizia sparò sui dimostranti, uccidendo 69 persone di colore).

Nell’osservare le animazioni di Kentridge si nota come la cancellatura di un tratto di matita non viene utilizzata per eliminare un errore quanto per dare costruzione al filmato. Allo stesso modo mi ha sempre colpito il fatto che l’artista difficilmente utilizzi un foglio bianco per i suoi disegni ma parta sempre da qualcosa già realizzato in natura. Come se per riprendersi da quello shock avesse trovato nell’Arte il giusto vaccino per restituire al dolore subìto un significato più profondo, che nulla ha a che fare con il dimenticare quanto piuttosto con il lasciare riemergere quello che è stato senza che di conseguenza quello che sei diventato  venga per ciò stesso rimesso sullo sfondo.

Allo stesso modo anche questo 2020 ci ha regalato, anche recentemente in diretta Zoom e sempre complice l’infaticabile Juri Aparo, testimonianze di padri che riescono a cogliere – nel tempo lungo della pena detentiva – l’occasione per tentare recuperare il loro rapporto con i figli (anche essi, in questo senso, vittime dei reati da loro commessi e congelati negli affetti di un tempo passato).

Ed è così che, alla fine di quest’anno così difficile per tutti (vittime o carnefici poco importa anche durante questa pandemia) e così inaspettatamente faticoso anche per me, ho pensato fosse utile ripartire da quelle parole rosa scritte da mia figlia per la Giornata della memoria e dell’impegno, rimaste appese sulla porta della nostra cucina nelle settimane successive del nostro lungo lockdown milanese.

E custodire tra le cose che mi hanno più utilmente sconvolto l’immagine di Ulisse in un letto di ospedale, alla quale – nel mezzo del mio cammino che è stato fortemente segnato dall’esperienza del Gruppo della Trasgressione e dall’incontro di molti Familiari di vittime – oggi posso anche io aggiungere un suono (potere della musica, altra medicina di questo triste 2020): “sono ancora in piedi”.

Una scena dell’opera lirica «Il ritorno di Ulisse in patria» di Monteverdi [allestimento di William Kentridge]

Ma, potendo scegliere, non voglio “sembrare un vero sopravvissuto” quanto piuttosto “sentirmi come un bambino piccolo” che è stato (ri)generato da una esperienza terribile. Perché – davvero – sono le nostre fragilità, se affrontate, a renderci più forti.

Con affetto e riconoscenza, nella speranza di rivedervi tutti di persona nel 2021 per continuare insieme il nostro viaggio finora così fecondo.

Esperienze che (in)Segnano

Andrea Martina Sinigaglia, Matricola: 848264
Corso di studio: Scienze e Tecniche Psicologiche
Tipo di attività: Stage esterno

Periodo: dal 5/10/2020 al 15/12/2020
Titolo del progetto: Il Gruppo della Trasgressione, Esperienze che (in)Segnano

 Caratteristiche generali dell’attività svolta:
istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Il Gruppo della Trasgressione è una associazione che si occupa della tematica della devianza agendo sia all’interno degli istituti penitenziari che all’esterno. L’obbiettivo è quello di ideare e mettere in pratica progetti di prevenzione e contrasto alla delinquenza, ma anche quello di una ‘riabilitazione’ dei detenuti che, grazie al contatto umano e all’interscambio di emozioni ed esperienze, hanno la possibilità di interfacciarsi con una realtà extra-carceraria culturalmente e intellettualmente appagante così da costruirsi le basi per un futuro migliore. C’è tanta possibilità di crescita e di miglioramento, sia per i detenuti che per gli altri componenti del gruppo (professionisti del campo e famigliari delle vittime) ma anche, e molto, per gli studenti e tirocinanti che si affacciano a questa piccola realtà con un grande progetto, il Gruppo della Trasgressione.

Il tutto si fonda per lo più sulla partecipazione ad incontri settimanali di vario tipo. Al momento, causa pandemia, non è risultato possibile svolgere incontri all’interno delle carceri con cui il Gruppo collabora (Opera, Carcere di Bollate e San Vittore) ma si è rimediato a ciò tramite l’utilizzo della piattaforma Zoom. In particolare, gli incontri fissi svolti settimanalmente erano/sono: il Cineforum sulla Banalità e Complessità del Male il lunedì pomeriggio, il Progetto sulla Genitorialità Responsabile il martedì pomeriggio e, a settimane alterne, la Palestra della Creatività e il Mito di Sisifo il giovedì pomeriggio. Nel corso della settimana vengono poi saltuariamente svolte ulteriori attività di vario tipo legate al fatto che l’associazione è attiva sul territorio milanese e regionale e prende parte a diverse attività/progetti culturali di varia natura.

Elemento fondamentale di tutto è la comunicazione e condivisione dei propri pensieri, emozioni ed esperienze; non solo da parte dei detenuti/ex-detenuti ma anche di tutti gli altri componenti del gruppo, compresi gli studenti e tirocinanti passeggeri. È difatti richiesta e ben accolta la piena partecipazione di tutti in quanto è solo così che si può attuare, e anche solo pensare, una possibile crescita e miglioramento personale e sociale.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Ciò che viene chiesto, e caldamente consigliato, ai vari tirocinanti è di mettersi nel ruolo di partecipante attivo. Un vero e proprio membro che, assieme al gruppo, collabora nei vari progetti e può aiutare sia fisicamente tramite la stesura dei verbali dei vari incontri, la recitazione-improvvisazione all’interno della rappresentazione teatrale del gruppo, il Mito di Sisifo, eccetera; sia concettualmente condividendo le proprie idee, opinioni ed esperienze sulle varie tematiche affrontate dal gruppo.

La partecipazione attiva al gruppo non è una regola imposta ma una opzione alla quale si viene incoraggiati, pur nella libera scelta del singolo tirocinante. Io, per mio avviso, penso di essermi messa molto in gioco e mi sento di consigliare anche ad altri eventuali stagisti di fare lo stesso in quanto non comporta null’altro che un beneficio umano e professionale. Il gruppo nella sua totalità è in grado di metterti in contatto con te stesso come persona con le proprie fragilità e punti di forza e metterti anche in contatto con gli altri così da aiutarsi reciprocamente ed evolvere insieme.

Il ruolo che ho svolto è quindi quello di membro del gruppo e per il gruppo: partecipando attivamente agli incontri, contribuendo alla stesura dei verbali degli incontri, lavorando in gruppo per la realizzazione di alcune interviste, recitando-improvvisando per la rappresentazione teatrale ed infine contribuendo scrivendo e leggendo un testo personale per il progetto sulla violenza contro le donne in cui il gruppo è stato coinvolto.


Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Le attività concrete svolte dal/con il Gruppo della Trasgressione riguardano in primis la partecipazione agli incontri settimanali fissi, già precedentemente citati. In particolare, il lunedì pomeriggio si svolge il cineforum sulla Banalità e Complessità del Male. Questo è un progetto che consiste nella scelta e visione di alcuni film inerenti alle tematiche della devianza, del male e della fragilità umana e successiva discussione degli stessi tramite dibattito. Il periodo socialmente difficile che stiamo vivendo a causa della pandemia ha costretto allo svolgimento degli incontri settimanali in versione online, tramite la piattaforma Zoom. Vi è quindi un incontro in cui solitamente una ventina di persone si interrogano sul film visto cercando delle corrispondenze tra quest’ultimo è il tema principe del progetto che è la complessità e banalità del male.

Importante sottolineare come il titolo del cineforum viene estrapolato dall’omonimo libro di Hannah Arendt in cui con il termine ‘banalità’ non ci si riferisce al significato enciclopedico più conosciuto di superficiale, semplice, eccetera; ma si vuole invece far riferimento alla capacità del Male di essere così pervasivo e insidioso che, come una erbaccia infestante, si fa largo nella quotidianità di ognuno di noi.

Il progetto prevede la possibilità di condividere gli incontri e ciò che ne viene estrapolato con gli studenti delle scuole così da poter essere strumento di dialogo, riflessione e prevenzione nei giovani, motori della futura società. Nel mio percorso di tirocinio ci sono stati 3 incontri che hanno visto coinvolti gli studenti del liceo artistico di Brera – Milano e, in uno di essi ha partecipato anche il regista del film scelto. Ritengo che per i ragazzi coinvolti possa essere un progetto molto interessante anche perché si fonda su due strumenti (il cinema e la tecnologia) entrambi a loro molto congeniali e ne evidenzia le possibilità di utilizzo e crescita.

Il secondo incontro settimanale fisso riguarda invece un progetto nuovo intitolato ‘Genitorialità responsabile’. Quest’ultimo si basa sul fatto che spesso il rapporto tra figli e genitori detenuti incontra molte difficoltà, in primis date le limitazioni spazio-temporali legate all’ambiente carcerario e strutturazione dei colloqui con i figli e, in secondo luogo, perché capita spesso che i figli di detenuti sviluppino un senso di odio e rancore verso le autorità penitenziarie, e non, e le istituzioni. È un progetto volto a sfruttare la condivisione di proposte ed esperienze personali al fine di trovare metodi per creare una migliore possibilità di rapporto genitoriale nelle carceri e per prevenire l’eventuale devianza dei figli di detenuti.

C’è infine l’incontro del giovedì pomeriggio dove vengono alternati due progetti: il Mito di Sisifo e la Palestra della creatività. Quest’ultima si pone come obbiettivo quello di confrontarsi su varie tematiche e dinamiche organizzative di gruppo per poter ideare nuovi progetti o eventualmente migliorarne di già avviati. Il Mito di Sisifo è invece una rappresentazione teatrale del Gruppo della Trasgressione. Nasce dall’idea che il mito greco di riferimento possa essere una buona rappresentazione del percorso di un adolescente, che commette prima atti delinquenziali e che poi intraprende un percorso che lo metterà di fronte alla propria coscienza e gli permetterà di ritornare un uomo nuovo e utile alla società.

Il mito permette di affrontare molteplici tematiche care al gruppo quali: l’arroganza dell’uomo, il conflitto con le figure autoritarie e genitoriali, la necessità dei genitori di essere figure credibili agli occhi dei figli, la seduzione e tentazione del male, il bisogno degli adolescenti di credere in un progetto futuro, eccetera. Il tutto si svolge attraverso la recitazione improvvisata dei vari membri del gruppo che, dopo aver conosciuto la narrazione del mito e compreso i concetti principali che devono trapelare all’interno del recitato, si immedesimano in un personaggio ed improvvisano dei dialoghi. Il fatto stesso di recitare una parte permette all’attore del momento e agli ascoltatori di comprendere e riflettere sulle tematiche prima evidenziate.


Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore del Gruppo è il dottor Angelo Aparo che è la figura principale di riferimento per ciascun membro del gruppo. È per i detenuti colui che gli tende la mano e offre la possibilità di mettersi allo specchio e riflettere su sé stessi, ma anche mettersi di fronte agli altri e affrontare il proprio passato. Per gli studenti e tirocinanti è colui che coordina gli interventi all’interno degli incontri, che ci spinge alla partecipazione attiva e che nei suoi interventi condivide le sue conoscenze ed esperienze sulla psiche umana. In generale, il dottor Aparo è il collante del gruppo senza cui non sarebbero mai stati possibili tutti i progetti e interventi sociali avviati.

La modalità di verifica delle attività svolte si basa per lo più sulla partecipazione del tirocinante all’interno degli incontri del gruppo e sulla stesura dei verbali degli incontri che vengono condivisi in una cartella drive e controllati dal coordinatore.


Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Tra le conoscenze acquisite all’interno di questo percorso di stage vi sono in primis quelle relative al contesto fisico carcerario e le dinamiche psicologiche e sociali che avvengono al suo interno. Su questo tema, all’interno del Gruppo, ne discorrono per lo più i detenuti/ex-detenuti portando al centro della discussione le proprie esperienze personali. Interventi di questa tipologia inoltre vengono spesso stimolati e intavolati dalle curiosità dei tirocinanti. A me in primis è capitato più di una volta di chiedere quali dinamiche si istaurassero nei rapporti tra i detenuti dopo che uno di essi entrava a far parte di una realtà come il Gruppo della Trasgressione.

Il dottor Aparo stesso è stata un’immensa fonte di conoscenza perché in ogni suo intervento inserisce nozioni e concetti psicologici su varie tematiche. Anche nella stesura dei verbali mi sono spesso resa conto che la trascrizione dei suoi interventi risultava un passo fondamentale. Ha la grande abilità di saper mettere la propria esperienza e conoscenza al servizio degli altri o, per meglio dire, al servizio di chi vuole e agisce per usufruirne.

Oltre a tutte le conoscenze generali e professionali strettamente legate al lavoro dello psicologo nelle carceri e nel sociale, ritengo di aver appreso anche moltissime conoscenze sulle dinamiche di gruppo, l’organizzazione che un gruppo può e dovrebbe avere, l’eventuale struttura gerarchica, il rispetto che ci deve essere all’interno di un gruppo e anche la forza della condivisione e collaborazione per un progetto comune.


Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

La principale abilità che ritengo di aver acquisito, non ancora del tutto, da questo percorso è quella di saper interloquire con gli altri e mettersi in gioco portando al centro dell’attenzione e della discussione sé stesso con le proprie opinioni, esperienze, proposte. Come già detto, il Gruppo sprona alla partecipazione e, se questa occasione viene colta, ciò permette al tirocinante di imparare a mettersi in discussione e magari acquisire anche maggiore sicurezza in sé stesso. Si impara in primis a parlare in pubblico con persone che non ti conoscono e che tu non conosci, fattore non scontato, e a condividere con loro in modo chiaro i propri vissuti e credenze personali.

Altro pacchetto di abilità che mi sento di aver acquisito grazie a questa esperienza riguarda tutto ciò che ha a che fare con le dinamiche e la vita di un gruppo. I gruppi richiedono dei modi di confrontarsi e relazionarsi con gli altri e di rispettare le persone che ne fanno parte e i ruoli che ricoprono. Saper lavorare in gruppo è un’abilità molto importante sia in ambito professionale che di vita sociale in generale. Altra abilità fondamentale nel lavoro di gruppo e negli incontri con il Gruppo è stata la capacità di ascolto attivo.

Non mi sento però di aver acquisito abilità complete in quanto c’è sempre da migliorare e da poter imparare ed è anche per questo che ho deciso di rimanere all’interno del Gruppo anche una volta terminato il mio percorso di tirocinio.


Caratteristiche personali sviluppate

Il Gruppo della Trasgressione ha la capacità di metterti di fronte a te stesso; grazie al Gruppo impari a conoscerti con le tue debolezze, fragilità e punti di forza e impari a conoscerti anche in relazione agli altri. Non sei da solo, sei circondato da persone che ti accolgono e si rendono disponibili a prenderti per mano e accompagnarti in una tua crescita professionale e umana. Soprattutto per i giovani penso che il gruppo abbia una potenzialità enorme sotto questo aspetto.

Penso di aver imparato una cosa molto importante dal Gruppo: non c’è bisogno di fare tutto da soli e non è sbagliato chiedere aiuto agli altri. Sono sempre stata molto reticente nell’affidarmi al prossimo in quanto spesso i risultati ottenuti sono stati il fatto che mi venissero rinfacciate determinate situazioni piuttosto che il rifiuto aperto. Ho però capito che il problema non risiede nell’affidarsi al prossimo e credere in lui ma piuttosto nello scegliere adeguatamente la persona/persone e ciò per cui chiedere aiuto. Il Gruppo è un’entità completa che si rende disponibile ad accogliere le richieste di aiuto dei suoi membri, anche le richieste non esplicite o che magari la persona in questione non sa nemmeno di avere. Ma il Gruppo c’è, sempre e incondizionatamente.


Altre eventuali considerazioni personali

Il Gruppo della Trasgressione è possibilità. Possibilità di crescita, cambiamento e maturazione. Non solo per i detenuti/ex-detenuti ma per chiunque ne entri a far parte.

La cosa più bella è che spesso gli studenti e tirocinanti iniziano questo percorso con l’idea di dover aiutare gli altri, del resto il progetto lavorativo legato alla psicologia si fonda spesso sul lavoro per il prossimo. Questo Gruppo però ti mostra come spesso sono gli altri ad aiutare te, anche quando questo aiuto non lo stai cercando.

Per concludere è stata un’esperienza molto bella e stimolante che mi sento di consigliare caldamente a chiunque stia cercando un percorso di tirocinio.

 

Il male complesso e banale

Un incontro aperto per allargare i confini dell’indagine
che il Gruppo della Trasgressione conduce da anni su

La banalità e la complessità del male

Una intervista registrata di Tiziana Elli e di Edoardo Conti a Roberto Cannavò e ad Adriano Sannino e il dibattito che ne è seguito con loro giovedì 17 dicembre 2020 sulla pagina  Facebook del Gruppo della Trasgressione per

  • esplorare come si sprofonda nella palude del male e con quali mezzi se ne può uscire;
  • comunicare gli obiettivi e le responsabilità del nostro gruppo nella società;
  • conoscere la complementarità fra i diversi componenti del Gruppo della Trasgressione (autori e vittime di reato, studenti e detenuti, cittadini e istituzioni);
  • coltivare le risorse e le alleanze utili per onorare quanto indicato dalla costituzione;
  • investire sulla impegnativa costruzione di nuovi equilibri con nuovi cittadini più che su una lunga e improduttiva segregazione di chi ha offeso in passato il bene comune.

Disamistade (Fabrizio De André), La Trsg.band a Peschiera Borromeo, Novembre 2018

Collegamenti e Approfondimenti possibili:

 

Sconfinare verso nuovi equilibri

Katia Mazzotta

Una fonte cui attingere

Luigi Petrilli

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Una crescita continua

Adriano Avanzini

Benefici per la comunità

Valentina Marasco

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

I miei cento passi

Non ho memoria dei miei primi passi, ma ricordo la mano di mia madre che mi sosteneva; sapevo dentro di me che quella mano non mi avrebbe mai lasciato. Un giorno che non saprei descrivere smisi di camminare e incominciai a correre.

Sentivo una spinta interiore che mi spingeva a correre sempre più veloce. Sono passati gli anni e oggi ho solo un vago ricordo di cosa provavo quando smettevo di correre e riprendevo a camminare. Quei ricordi sono la mia vera vita vissuta. Camminando, assaporavo i dettagli del mondo che mi circondava, vedevo e sentivo le persone…

Ma erano solo pochissimi passi, poi l’urgenza di correre riprendeva senza che ne sapessi il perché. Sono cresciuto correndo all’impazzata senza comprendere il mondo che mi circondava, ma soprattutto senza capire perché correvo.

Poi in una pausa dalle mie corse sei arrivato tu, figlio mio. Assistere alla tua venuta al mondo è stato ed è ancora oggi il più grande evento della mia vita. Ma a quel tempo quella gioia è durata un battito di ciglia. Ripresi di nuovo a correre, ma questa volta le mie corse non erano più tanto frequenti e lunghe come le altre volte. Così ricordo bene il tuo respiro mentre ti stringevo forte, ti osservavo mentre dormivi, ti sussurravo di fare sogni belli che papà era lì con te. Ricordo i tuoi primi passi sostenuto da me e dalla mamma e quando andavi per casa con il girello.

Ed ecco che di nuovo quella maledetta spinta mi fa correre sempre più veloce. Stop! Mi hanno fermato, arrestato per l’ennesima volta. Ma questa volta c’eri tu e io ti ho abbandonato per correre. Ci sto male, sento di aver bisogno di aiuto per comprendere il mio male, ma l’orgoglio e l’arroganza, che insieme al rancore sono stati la mia quotidianità, non lo accettano.

Ma la stessa spinta inconsapevole che mi aveva fatto correre mi spinge adesso a cercare di capire, a chiedermi il perché. E così ho conosciuto il gruppo della trasgressione e il suo coordinatore. All’inizio non riuscivo a comprendere la mia nuova spinta, anzi cercavo con tutte le forze di respingerla. Ma per mia fortuna non ci sono riuscito e mese dopo mese diventava una mia nuova inconsapevole ossessione comprendere il perché delle mie corse.

Incominciai a non correre quasi più. Incominciai a camminare sostenuto dal gruppo e dal dott. Aparo e con loro cominciai a riconoscere che quella spinta che mi faceva correre aveva dei nomi ben precisi: dolore, rancore, arroganza, mancanza di punti di riferimento, cancellazione dell’altro. Ho compreso che le mie corse non erano altro che il risultato del mio disagio interiore e che il mio rancore mi portava dove voleva lui senza che io potessi impedirlo. Ero un burattino nelle mani dei miei stati d’animo.

Tu, figlio mio, sei stato, insieme alla mia voglia di vivere con te, quella fiammella che con l’aiuto di del gruppo mi ha permesso di fermarmi. Adesso il mio stato d’animo è sereno. Oggi cammino, vivo e mi incuriosisco della vita. Ora di fronte a me ci sono tante scelte e strade da percorrere… e non bastano cento passi. Nel mio futuro ci sono mille e poi ancora mille passi con te, figlio mio.

GENITORI E FIGLI

Riscoprirsi per i figli

Antonio Tango

Le interviste del Gruppo della TrasgressioneI cento passi
Gratitudine e rancoreTango spara al cimiteroLa luce di Caravaggio

Tango spara al cimitero

di Michele Focarete -LIBERO 17/11/2020

Di questi tempi punta la pistola alla fronte delle persone. Ma si tratta del termoscanner per misurare la febbre a chi deve entrare nel cimitero Monumentale. In altri tempi avrebbe puntato il “ferro” contro le forze dell’ordine e i gioiellieri per guadagnarsi la fuga o rapinare.  E sì perché Antonio Tango, 57 anni, 29 dei quali passati dietro le sbarre di 20 prigioni italiane, ora è un bandito in cerca di riscatto. Un balordo che, come dice lui, “voglio diventare un cittadino”.

Tango è detenuto nel carcere di Bollate, ma gode dell’articolo 21, che gli permette un lavoro all’esterno. Dalle 8.30 alle 19.30. Poi rientro in cella. Quando lo hanno beccato l’ultima volta, nel 2008, gli affibbiarono 7 rapine e lo condannarono a 18 anni. Vista la buona condotta dovrebbe uscire nel settembre 2022.  Adesso, intanto, lavora al Monumentale. Dove la gente chiede informazioni e ha l’obbligo di provare la febbre per accedere alle tombe. In passato aveva già dato una mano durante Expo.

Non ha tatuaggi, ma solo ferite da mostrare. “Mi hanno sparato quattro volte”, ricorda senza imbarazzo, “alla schiena, al braccio, alla pancia. Anche una coltellata durate una rissa in discoteca, con la lama che si era spezzata dentro al polmone destro”. Ferite che gli sono valse l’appellativo di Robocop. E ricorda quando i complici lo scaricarono mezzo morto davanti al San Carlo. “Devo sempre ringraziare quei medici che hanno compiuto il miracolo. Fu durante un conflitto a fuoco con un gioielliere, ma a colpirmi fu un proiettile di un mio compagno. La pallottola rimbalzò sul tettuccio dell’auto e mi entro nella schiena zigzagando. Attraversò l’intestino, la milza lo stomaco i polmoni e si impiantò nella punta del cuore. I dottori chiamarono subito mia madre per acconsentire all’intervento. Dodici ore sotto i ferri. Tre giorni in coma, 15 in rianimazione e poi immobile su una sedia. Ripresi a camminare dopo circa 4 mesi”.

Di rapine ne ha fatte tante. E le sue prime condanne furono per colpi messi a segno a Cattolica. Tre in un giorno solo, che in gergo viene chiamata la tripletta. I suoi obiettivi le banche, i supermercati, i Bingo. “Poi quando ti prendono”, continua Tango, “racconti che lo facevi per soldi, per la famiglia che aveva bisogno. Tutte balle. Ero rancoroso, ce l’avevo col mondo intero e incolpavo tutti del mio disagio. Rapinare mi faceva sentire vivo e mi dava un senso di potere. Quando andavo in giro per Milano, guardavo solo le banche, le gioiellerie. Ero maniacale. Un disagio mentale che mi portavo addosso fin da piccolo”.

Poi, 13 anni fa, la svolta. L’incontro in carcere con Angelo Aparo, lo psicoterapeuta che trasforma i detenuti in cittadini. Il medico che tutti chiamano Juri, nome preso in prestito da antichi pensieri sul dottor Zivago. “Entrai così nel suo “Gruppo della Trasgressione”, accanto a assassini, corrotti, ladri, poco importa. Per farne parte e avere diritto di parlare dovevi recitare una poesia o il teorema di Pitagora. Dovevi insomma dimostrare che ti eri impegnato a imparare qualcosa. Per viaggiare, come direbbe De André, “in direzione ostinata e contraria” al nostro passato criminale. Autoanalisi, analisi di gruppo, incontro con le vittime di reato e uscite nelle scuole e con le istituzioni”.

E poi il figlio. Che Tango aveva di fatto abbandonato quando aveva 15 mesi. “L’ho ritrovato. Adesso fa la terza media e ha ottimi voti e ne sono orgoglioso. Dentro di me ho dovuto ricreare un equilibrio e togliere i conflitti. Ma come, mi sono detto, per lui avrei dato la vita e l’ho abbandonato. Così ho scoperto un lato buono di me e l’amore di un figlio. Lui ha capito che suo padre si è riscattato, che adesso è un ex bandito”.